Da Carrie Bradshaw a Fleabag e oltre: meno girl power e più diehard

Una selezione totalmente arbitraria dei personaggi femminili più significativi nella produzione di serie tv e web degli ultimi vent’anni

Il 9 giugno 1998 l’HBO aprì la sua estate più calda fino ad allora: alle nove di sera – ora della East Coast – il network trasmise l’episodio pilota di Sex and the City, con Sarah Jessica Parker nel ruolo di Carrie Bradshaw. In quei primi venti minuti la vita della protagonista raggiunge un punto di svolta nel momento in cui realizza che è possibile fare sesso senza amore, ma solo per divertimento. Anche se sei una donna.

Non suona più come una grande eureka oggi, fortunatamente. Tuttavia, scegliere una questione del genere come tema centrale del primo episodio dichiara esplicitamente come dovesse trattarsi di un tasto delicato nel dibattito sociale alle soglie del 21esimo secolo, in una città progressista come New York, anche per una trentenne economicamente emancipata come Carrie Bradshaw.

Anche il volto di Sarah Jessica Parker non risulta affatto dirompente per un pubblico del 2020 (a differenza di una certa Armine Harutyunyan), mentre per gli anni Novanta fu una curiosa novità nella produzione di fiction romantiche.

Si pensi anche solo al match disputato nel 1994 Parker vs. McDowell per il ruolo di un’altra Carrie destinata a diventare un volto iconico nella storia del cinema – la protagonista di Quattro matrimoni e un funerale. La produzione del film non prolungò la competizione per molti round ed espresse quasi istantaneamente la sua preferenza per la bellezza più canonica di Andie McDowell, a differenza dei lineamenti di Sarah Jessica Parker che non rispondevano alla classica fisionomia da bambolina. Per citare la stessa Carrie Bradshaw, “I will never be the woman with the perfect hair, who can wear white and not spill on it”, ma dopo Sex and the City questo non ha più importanza: se ti senti favolosa, tu sei favolosa. E un bel paio di Louboutin (o Manolo Blahnik, se parliamo dei film) può aiutarti a sentirti tale.

La serie di Sex and the City chiuse gloriosamente i battenti nel 2004, lasciandoci con la granitica convinzione che “the most exciting, challenging and significant relationship of all is the one that you have with yourself. And if you find someone to love the “you” you love… well, that’s just fabulous.” Un rassicurante lieto fine ci chiude le palpebre e ci culla in una notte splendente di sogni d’oro.  

Dormiamo però così profondamente che passano ben dieci anni. Siamo nel 2013 e veniamo bruscamente svegliati da un cazzottone in faccia: è Orange is the new black tesoro, in piedi!

Che è successo? Beh, nel 2008 ci è piombata addosso una crisi finanziara globale. E la nostra cara protagonista bella, bianca e benestante? È ancora qui, solo ha imballato gli scatoloni del suo appartamento trendy a New York City e si è trasferita in un carcere di minima sicurezza a Litchfield, nello stato di New York. Non è poi così distante, se ci pensi.

Dai Piper non fare la frigna

Il suo nome è Piper Chapman e nella prima stagione è il motore della storia e il punto di vista prescelto per descrivere le sue compagne di cella, circa una dozzina di ruoli secondari che compongono un cangiante mosaico di differenti etnie, orientamenti sessuali e fisicità. Non si truccano, non si pettinano, in una sola parola, sono sciatte. Tuttavia, hanno stile anche se non sono fashion: il titolo “Orange is the new black” parla da sé.

I personaggi hanno stile perché non hanno paura di apparire piegate o spezzate, incazzate o volgari: sono sgradevoli e non gli importa, anzi ne fanno un fattore identitario forte e irrinunciabile. Hanno problemi più grossi da affrontare, come uscire di prigione. E nonostante la loro brutalità, il pubblico empatizza con loro molto più che con Piper Chapman, che nel suo primo periodo in carcere si vergogna a fare pipì in una toilette senza la porta o abbassa la voce quando parla di sesso. In altre parole, è una viziata. 

Così, dalla seconda alla settima stagione, la serie si fa sempre più corale, non solo dando spazio a nuovi personaggi, ma soprattutto permettendo che siano loro a raccontare le proprie storie, senza più un filtro bello, bianco e benestante: Suzanne Warren, Taystee o Gloria Mendoza danno voce a coinvolgenti narrazioni nere e latine e oscurano Piper Chapman come iniziale protagonista.

Orange is the new black è il primo caso in cui un grande pubblico entra nella storia e ci rimane per una notevole quantità di tempo – circa 75 ore totali di serie – nonostante il canale di identificazione combini personaggi femminili e squallore: è una combo azzardata perché repulsiva, soprattutto quando si parla di donne. Non che la storia del cinema non ci abbia rappresentato protagoniste antipatiche capaci di raggiungere il cuore degli spettatori – uno per tutti, Monster (2003) – ma tirarla con successo oltre le canoniche due ore di proiezione è stata una sfida che Orange is the new black ha saputo vincere con grande classe.

Possiamo dire che abbiamo fatto notevoli passi avanti, soprattutto se consideriamo che le origini del dramma occidentale esorcizzano compulsivamente qualsiasi elemento di bruttura dalla sfera del femminile.

L’articolo La donna anziana: libertà e indipendenza di Jan B. Bremmer (contenuto in Le donne in Grecia a cura di Giampiera Arrigoni) espone chiaramente la concezione “funzionalistica” della donna nell’antichità greca a romana: generalmente le donne esistevano solo in funzione degli uomini, per fornire loro gratificazione sessuale e, soprattutto, una discendenza. Nel momento in cui per motivi biologici ed estetici non erano più in grado di servire al meglio questi due propositi, veniva loro concesso di gestire il proprio tempo anche in altro modo, ottenendo maggior libertà in termini di espressione, movimento e addirittura possibilità lavorative. 

Così la commedia greca da Ferecrate (V sec. a.C.) ad Alessi (III sec. a.C.) mette in scena frequentemente donne anziane che commettono gli indicibili crimini di bere vino, parlare esplicitamente di zozzerie e lavorare come mercanti nell’agorà cittadino. Inutile dire che nella dinamica della trama si tratta di personaggi con un valore primariamente destabilizzante dell’equilibrio famigliare e addirittura dell’intera gerarchia sociale, per via della loro influenza negativa su donne più giovani che sono ancora troppo occupate a essere figlie, mogli e madri perfette e pertanto possono fare solo una cosa: starsene a casa.

Non a caso Penelope non può manco a prendersi una boccata d’aria dai Proci che le infestano casa e trova un po’ di pace solo a tessere e disfare e ritessere

Il passo è breve da questo ruolo minaccioso allo sviluppo della caratterizzazione della strega come la conosciamo: in Dialoghi delle cortigiane, lo scrittore e retore Luciano di Samosata (II sec. a.C.) menziona una vecchia strega che è in grado di preparare filtri magici, far scomparire la luna nel cielo notturno e addirittura volare. Eccoci dunque al modello per la futura strega medievale: un personaggio femminile che è vecchio e perciò è brutto, brutto e perciò cattivo.

Finalmente, poco dopo un paio di millenni, la scrittura drammatica sta smuovendo le radici della caratterizzazione di ruoli femminili per far posto ai semi di uno storytelling differente e sfumato. A dirla tutta, le ultime serie tv e web hanno portato sullo schermo personaggi che, con le loro libertà prese a sangue freddo, possono far impallidire qualsiasi strega.

Per spiegarci meglio, prendiamo come esempio Diane Nguyen di Bojack Horseman. Nella terza stagione, Diane vive nella soleggiata Los Angeles, riesce a pagare le bollette svolgendo un lavoro creativo ed è sposata con qualcuno che scodinzola ogni volta che la vede. E quando scopre di essere incinta di lui, decide di abortire.

Mentre le donne in Orange is the new black erano spinte a compiere scelte brutali dal contesto brutale, Diane opera una frattura traumatica che spezza un equilibrio invidiabile, dal punto di vista della trama; dal punto di vista del personaggio, l’aborto è l’espressione ultima di un conflitto interno che no, non può essere risolto da un bambino.

Diane sa bene che una doccia di maternità non può lavare via tutta la sua insoddisfazione e così decide di non avere una maternità. Facendo questo e andando avanti, Diane si sbarazza anche dell’ingombrante retorica che vuole l’aborto come una piaga sempre aperta nell’interiorità femminile: per le successive tre stagioni della serie, il personaggio va avanti con la propria vita e non si sofferma mai malinconicamente a pensare quanti anni avrebbe ora il suo piccolino o cose simili. Ricapitolando, dunque: puoi abortire senza sentirti in colpa ed essere comunque una brava persona. Questo sì che suona come una grande eureka anche oggi.

Ma per questi personaggi femminili di ultima generazione non è abbastanza fare quello che gli pare nel loro mondo profano: devono violare anche la sfera del divino con propositi perversi, offrendo il frutto proibito all’uomo retto – come nel caso di Fleabag.

No Fleabag, non ci provare

In ogni caso, Fleabag è molto più di una Eva degli anni ’10 in una Londra che non somiglia neanche un po’ all’Eden. Fleabag è il definitivo superamento del modello Carrie Bradshaw: sin dalla sua prima line nel primo episodio della prima stagione, Fleabag si diverte a punzecchiare la tipica protagonista fashionista dicendo di essersi messa addosso in tutta fretta “some Agent Provocateur business”. 

Nonostante l’intimo firmato, Fleabag è ben distante dal sentirsi favolosa: non ha neanche più un’amica con cui girare per un po’ di sano shopping, dal momento che quella parte della sua vita si è sbriciolata sotto il peso della sua insicurezza, impulsività e mancanza di autostima. Non si sente favolosa perché non è favolosa, e neanche ambisce a esserlo: prima che essere gradevole per gli altri, vuole accettare se stessa senza volgere gli occhi altrove dal suo essere “a greedy perverted, selfish, apathetic, cynical, depraved, morally bankrupt woman who can’t even call herself a feminist”. Ecco perché Fleabag è un personaggio di indiscusso successo oggi. 

Più degli ultimi vent’anni messi assieme, il 2020 ci ha costretti a guardare la verità in faccia e a constatare la nostra fragilità di esseri umani, schiacciati dall’impotenza di fronte a eventi che sfuggono al nostro controllo. Come direbbe Bojack, “In the great grand scheme of things, we’re just tiny specks that will one day be forgotten”.

È abbastanza per far suonare tutti quegli hashtag “girl power” come un ormai anacronistico slogan: non abbiamo il controllo, figuriamoci il potere. E la sceneggiatura ha incarnato questa graduale e drammatica presa di coscienza attraverso lo sviluppo di personaggi da Carrie a Taystee, da Diane a Fleabag.

Dunque come si svilupperanno i prossimi personaggi femminili nel futuro delle serie tv e web? Possiamo avanzare delle ipotesi. Probabilmente, indosseranno meno tacchi alti per stare più con i piedi per terra, come Rue di Euphoria; oppure saranno meno vincenti, ma più dure a morire, come Arabella di I may destroy you; ci sarà chi le considererà deprimenti, chi solo più vicine alla realtà del proprio tempo.

E quando un personaggio è più vicino alla realtà, è anche più vicino al suo pubblico. E più il personaggio è vicino, meno lo spettatore si sente solo – soprattutto in un periodo di isolamento in cui le serie ci hanno tenuto tanta compagnia.

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