5 FILM CHE OGNI REGISTA DOVREBBE AVER VISTO

Individuare 5 film che ogni regista dovrebbe aver visto non è certo facile, il desiderio di conoscenza va oltre i generi e gli stili. Cercando di fare una scelta la NAC si è concentrata su un aspetto, per ogni singolo film, che si ritiene il più possibile fondamentale. 5 film per 5  aspetti che dovrebbero esserci nel bagaglio professionale di un regista.

METROPOLIS Fritz Lang 1927

Quando hanno realizzato Metropolis il cinema era agli albori. Oltre ad un aspetto puramente visionario e metaforico che risulta ancora oggi estremamente potente, ha utilizzato mezzi molto limitati rispetto alle possibilità attuali, riuscendo a raggiungere comunque un risultato comunicativo impressionantemente concreto e forte.

La costruzione dell’immaginario, l’utilizzo dei codici narrativi e dei personaggi travalica quel limite tecnico insegnandoci il potere dell’immaginazione e dell’inventiva. Con poco si può fare tanto se si sa quello che si vuole fare. Una delle doti di cui tenere conto in un regista non è quella di sapere tutto, ma di sapersi fare le domande giuste per affrontare i problemi che una produzione pone davanti.

HAROLD E MAUDE Hal Ashby 1971

Harold e Maude è un film che spicca per delicatezza e semplicità. Da subito tutto è il contrario di tutto. La storia tratta dell’amore tra un ragazzo che odia la sua vita e una signora anziana che invece al contrario gli insegna ad amare se stesso e di conseguenza la vita.

La cosa molto interessante è l’approccio narrativo scanzonato e ironico, che non si sofferma mai sul dolore, ma lo trasforma continuamente. Non c’è traccia di retorica o di grandi verità. In particolare vengono ribaltati tutti i codici di quello che dovrebbe essere. Il racconto della famiglia, le case, la relazione con l’istituzione. Harold e Maude usa un linguaggio semplice senza grandi effetti, inquadrature mozzafiato o nulla che non sia tecnicamente equilibrato. La regia scompare per far spazio alla storia e quello che resta è un’impronta indelebile nel cuore di chi lo guarda.

PSYCO Alfred Hitchcock 1960

Hitchcock è stato senza dubbio una dei più importanti registi nella definizione degli stilemi cinematografici. In Psyco, utilizzando poco più di un Motel, crea un mito della narrazione thriller. Definisce nuove regole nella creazione e nel mantenimento della suspance.

Durante il film inizia con un protagonista per poi cambiarlo, passando dallo sguardo della vittima a quello del carnefice.

Qualsiasi cosa succeda, lo spettatore è proiettato nel film, è trascinato dalla storia come se fosse al suo interno. La semiotica del suo linguaggio, la costruzione delle sue inquadrature, hanno sempre una cura estetica e di contenuto unica. Così come l’uso del ritmo, dell’attesa e del tempo in generale, è esemplare. L’immagine, il tempo, l’equilibrio tra azione e sospensione. Questo film sa sicuramente stupire e insegnare molto sulle alchimie del linguaggio cinematografico.

SCHINDLER’S LIST Steven Spielberg 1993

La cosa principale che un regista non può non notare con grande interesse, è come Schindler’s list sia riuscito a raccontare la tragedia dell’Olocausto. L’utilizzo dei colori, la percezione della realtà attraverso l’opposto che spesso il cinema contemporaneo usa quando vuole essere realista: non c’è nessuna sporcatura, l’immagine non può essere più metaforica ed equilibrata. Siamo dentro e fuori contemporaneamente, restituendo quel senso di impotenza che stringe il cuore fino a farlo esplodere.

Momento esemplare del film, è quando la telecamera si separa dai personaggi per seguire un soldato che trasporta su un carrello delle valige. La telecamera raggiunge un magazzino dove ci stacchiamo dal soldato mentre le valige vengono scaraventate su un cumulo di altre valige. La camera prosegue dentro il magazzino dove vediamo una piccola catena di smontaggio e grandi scaffali pieni di oggetti. Ci focalizziamo su una postazione che apre le valige, una seconda che smista le scarpe, una terza che smista vestiti. Andiamo avanti e vediamo dividere e mescolare foto di famiglia, stoviglie più o meno pregiate. In fine arriviamo da un orafo che sta pesando anelli e preziosi. Un soldato gli si avvicina senza dire nulla e appoggia un fazzoletto bianco sul tavolo prima di andarsene senza darsi troppo pensiero. Per la prima volta la macchina finalmente si ferma sull’orafo che non abbiamo mai visto fino a quel momento. Lo vediamo aprire il fazzoletto e scoprire che all’interno ci sono molti denti d’oro. L’uomo si ferma, toglie gli occhiali e ci guarda direttamente. Nessuna musica, solo una sequenza di immagini più vere del vero. Azioni e movimento. Codici visivi e suoni ambientali. Eppure, quando l’uomo alza lo sguardo, il senso profondo di sgomento davanti a eventi di tale portata drammatica elimina completamente la distanza tra il personaggio e il pubblico. In poco più di un minuto dice tutto senza dire niente. Tutto accade e basta.  

MOULIN ROUGE Baz Luhrmann 2001

Con questo film spalanchiamo la porta al concetto di cinema come spettacolo.

Sergio Leone diceva sempre che il cinema, ogni storia, è prima di tutto spettacolo. Hitchcock diceva a sua volta che il pubblico conduce una vita normale e al cinema va a vedere cose straordinarie: “Per me il cinema non è una fetta di vita, è una fetta di torta”.  In questo senso Baz Luhrmann è un vero maestro pasticcere.

La sua attitudine al cosiddetto pensiero laterale restituisce una capacità rara di mescolare stilemi e linguaggi apparentemente lontani in modo assolutamente coerente. Utilizza canzoni nate per altro, citazioni pittoriche, intrecci narrativi arrivati direttamente dal teatro dell’opera e musicale, azioni spettacolari e momenti di grande intimità, mette tutto in un calderone, shakera bene e crea film popolari con una infinità di livelli di lettura tutt’altro che banali.

Luhrmann è forse uno dei pochi che è riuscito a proiettare nel contemporaneo storie come Romeo e Giulietta senza perdere un grammo del suo contenuto. Gioca con la forma costantemente senza perdere in significato. Sa far divertire come sa far piangere con assoluta continuità narrativa.  Ognuno dei personaggi rimane impresso nello spettatore, che lo si veda per molto o per poco. Nulla è messo a caso, non c’è differenza di indagine e cura tra il protagonista e il figurante. Un equilibrio precario che incredibilmente regge agli urti del tempo.

Re-inventa, fa suo. Ma non prima di aver ben compreso e studiato a fondo il codice linguistico e visivo che utilizza.

Michele Ciardulli

Resp. Corso di Regia

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