4 FILM + 1 SERIE CHE OGNI SCENEGGIATORE DOVREBBE AVER VISTO

La NAC si è spremuta fino all’ultima meninge per selezionare solo cinque opere che ogni sceneggiatore dovrebbe aver visto (o recuperare il prima possibile!). Sia chiaro, si tratta di 4 film + 1 serie che sono imprescindibili in quanto punti di partenza per una riflessione sul lavoro e sul valore dello sceneggiatore nel cinema contemporaneo, quindi non c’è nulla di cui stupirsi se a questo appello mancano nomi come Woody Allen o Quentin Tarantino: la loro scrittura è condizionata da una specifica personalità artistica, è pienamente consapevole delle regole e pertanto si può permettere di sovvertirle e risponde non a un’incontaminata purezza narrativa, ma a uno stile maturo. Il loro livello è un traguardo. Qui parliamo dei fondamentali.

IL PADRINO Francis Ford Coppola 1972

Perché lo studio sulla caratterizzazione raggiunge livelli di dettaglio tali da rendere ogni personaggio credibile, profondo, vero: in una parola, umano. L’arco evolutivo di Michael Corleone è straconvincente grazie al climax di eventi ben strutturati dalla trama. Perché gli agenti in campo sono numerosissimi, e le azioni-reazioni da loro generate quasi sterminate. È quella che Syd Field definirebbe “alta densità narrativa”. Eppure, gli autori Mario Puzo e Francis Ford Coppola riescono a tenere le redini di tutta questa ricchezza e a condurla al trionfo di uno script pragmatico ed elegantissimo nella sua asciuttezza, nonché capolavoro assoluto della storia del cinema.

RITORNO AL FUTURO Robert Zemeckis 1985

A cui darei il sottotitolo: le basi. Perché dalla divisione in atti alla tipologia dei personaggi, dall’alzare la posta alla differenza fra problema, ostacolo e debolezza, dallo show don’t tell al mascheramento dello spiegone, ogni elemento della sceneggiatura di Bob Zemeckis e Bob Gale è da manuale, senza mai essere prevedibilmente pedissequo. Perché l’originalità della storia e la scelta del tono hanno consacrato Ritorno al futuro a pilastro di tutto il genere d’avventura. Sulla stessa scia di Zemeckis, anche le filmografie di James Cameron, George Lucas e, ovviamente, Steven Spielberg mettono in scena la purezza narrativa ai suoi livelli più elevati. Da studiarsele tutte.

THE SOCIAL NETWORK David Fincher 2010

Perché qualsiasi cosa sia stata scritta da Aaron Sorkin – anche la lista della spesa – celebra quello che è l’unico dogma della sceneggiatura: il conflitto è padre di tutto. Perché The social network in particolare mette il conflitto in ogni singola scena e lo sa pesare e sviluppare con precisione maniacale, a seconda del contesto, dei personaggi e del momento nella trama. Perché il dialogo ha segnato un punto di svolta in termini di ritmo e ha riformulato la definizione di “out of the box”: in confronto, molti autori potrebbero essere accusati di pigrizia intellettuale. Perché era solo il 2010, eppure la lineThe internet’s not written in pencil” sembra farsi più bruciante anno dopo anno.

BIRDMAN Alejandro González Iñárritu 2014

Perché la NAC promuove un genere di produzione cinematografica industriale. Alla definizione “industriale” molti appassionati o professionisti dell’arte sono solcati da un brivido freddo: come se l’industria alienasse l’individuo dal suo vero io, congelasse qualsiasi slancio al di fuori della catena di montaggio e, in poche parole, ammazzasse la creatività. Ma la NAC crede che il sistema industriale, nel mondo del cinema, sia piuttosto il mezzo di espressione più potente della creatività del singolo: Birdman ne è la dimostrazione. La produzione di Birdman è stata serrata in una stretta griglia organizzativa, il cui ritmo veniva dettato dalla necessità stilistica del piano sequenza. Iñárritu, Giacobone, Dinelaris e Bo hanno scritto una sceneggiatura profondamente intimista, ma non l’hanno lasciata correre libera nei campi del flusso di coscienza: piuttosto, l’hanno adattata ai bisogni della telecamera, rendendola così parte di un’opera coerente, unitaria e di grande impatto, che il futuro del cinema di sicuro loderà come cult.

BOJACK HORSEMAN Raphael Bob-Waksberg 2014 – 2020

Perché la sceneggiatura è tutta questione di Zeitgeist. Perché uno sceneggiatore deve saper cogliere lo spirito del proprio tempo e parlare al pubblico del proprio tempo, non solo rappresentando la realtà che lo circonda, ma anche dandone un’interpretazione. È per questo che, in tutta la catena produttiva cinematografica, la sceneggiatura, insieme alla fotografia, è l’elemento che più rischia di invecchiare nel corso degli anni, se non è dotato di una sufficiente spinta artistica che lo renda, oltre che attuale, lungimirante per i tempi a venire. E di tutti i generi, la commedia è la più caduca: nel 2020 ormai l’ottimismo di Happy Days rischia di dare ai nervi; Bojack Horseman è invece uno dei manifesti più pregnanti di questi tempi fluidi, incerti e mutevoli; comprende la crisi (economica, valoriale…) ed escogita storie intelligentissime per riderne; tocca i conflitti interni al suo spettatore medio e lo conforta, facendogli sapere che non è solo.

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