ANCHE I BRAVI SCENEGGIATORI POSSONO TOPPARE

Tre recenti casi di script che non funzionano proprio

Nella storia del cinema non mancano casi di attori di grandissimo talento che capitano nel film sbagliato e danno vita a una performance degna di calcare il palcoscenico di un oratorio di provincia: primo fra tutti, Tugg Speedman in “Simple Jack”. Meno noti sono gli scivoloni di chi sta dietro alla telecamera, ad esempio gli sceneggiatori. Ebbene, anche fior fior di premi Oscar sono in grado di scrivere chiudendo un occhio e coprendosi l’altro. Solo nel 2019, noi della NAC abbiamo contato tre film che avevano tutte le premesse per mettere in scena una grande storia, ma non sono scattati dai blocchi di partenza. Sia chiaro, non si tratta di prodotti da considerare irrecuperabilmente brutti, quanto piuttosto di altissime aspettative che, una volta distribuite nelle sale, sono state schiaffeggiate da una delusione bruciante.

Alita – Angelo della battaglia

Regia di Robert Rodriguez, produzione di Jon Landau, con i premi Oscar Christoph Waltz, Jennifer Connelly e Mahershala Ali: una sfilza di nomi che può solo far sognare, soprattutto quando la sceneggiatura viene firmata da nientepopodimeno che James Cameron. Sir Terminator (soprattutto il 2), Aliens e Titanic poteva solo sforzarsi per realizzare un lavoro mediocre. 

Eppure, se visivamente il personaggio di Alita è un trionfo per gli occhi e il mondo che le gira attorno è complesso e sapientemente studiato, la storia muove passi da gigante all’inizio ma zoppica maldestramente nella seconda metà.

Le dinamiche della trama risultano deboli nel rapporto di causa-effetto, soprattutto per via delle evoluzioni repentine e poco motivate dei personaggi principali (Jennifer Connelly ha senza ombra di dubbio il ruolo più imbarazzante): lo svolgimento ne risente in termini di credibilità e ne esce così superficiale e fortemente banalizzato. La sensazione dominante, è che si sia tentato di incastrare troppo materiale narrativo del manga originario all’interno di due ore di film.

Poteva essere una colossale occasione di fare dell’intrattenimento ad altissimo livello, ma niente, questo Alita ha coinvolto poco, se non addirittura annoiato.

Noi

Dopo il successo di Scappa – get out, Jordan Peele torna a dirigere e scrivere, esplorando il genere horror con Noi. Il what if è accattivante: che cosa succederebbe se il tuo doppio venisse a farti visita per ucciderti?

Per tutto il primo tempo, lo script tiene acceso l’interrogativo, riattualizzando il tema del doppelgänger in chiave oscura e carica di possibili letture simboliche, che sembrano conferire alla storia una profondità ineffabile e affascinante.

Certo, questo genere di prodotto con un minutaggio di sessanta minuti di solito viene chiamato “episodio di Black Mirror”, tuttavia, Peele avrebbe dimostrato grande indipendenza artistica se avesse deciso di non fornire tutte le risposte allo spettatore e chiudere la sua opera con la fine del primo tempo. Per descrivere la seconda metà, purtroppo c’è solo una parola: farneticante.

Lo sceneggiatore Peele cerca di disincastrarsi dai rovi simbolici per portare tutto sul piano della concretezza e dare una spiegazione alla più inutile delle domande, in un contesto orrorifico e quindi non bisognoso di razionalizzazione: perché dovrebbe esistere un doppio? Complotto politico. Questa è la risposta, così assurda da ridicolizzare l’intero film e bollarlo con una definizione tecnica della critica cinematografica, “una cagata pazzesca”.

Peele avrebbe potuto limitarsi alla regia, che gli è uscita parecchio bene. Unico balsamo per lo spettatore è l’interpretazione di Lupita Nyong’o, mai stata così in forma.

I morti non muoiono

Se per Alita e Noi c’era un buon quantitativo di film comunque salvabile, I morti non muoiono pone già dopo i primi dieci minuti di film la seguente domanda: perché lo sto guardando?

Ogni onore e lode al trailer, che con una sequenza di stralci ben montati dà l’idea di una commedia brillante ed efficace: tutto quello che vale la pena vedere sta lì dentro e si sconsiglia caldamente la visione di un’ora e mezza che segue la parola d’ordine “inconsistenza”.

I personaggi sono macchiettistici, la trama abbonda di scene inutili e i dialoghi sono spesso privi di una bussola che gli possa indicare la via verso un contenuto ricco e stratificato. Il finale è totalmente sconclusionato.

Fa male dirlo per qualsiasi film, ma quando lo sceneggiatore è Jim Jarmusch il coltello gira nella piaga. Sotto l’egida di un’identità indie, Jarmusch cerca di proteggere alcune scelte di produzione che in realtà vogliono solo portare in sala un’orda di teenagers paganti – vedi il reclutamento nel cast di una Selena Gomez totalmente insipida.

Quello che lo rende a tutti gli effetti la delusione più sconfortante degli ultimi tempi, è che in tutto questo ammontare di perplessità I morti non muoiono cerca pure di tirarsela, dandosi un tono intellettuale, a tratti addirittura moralizzatore. Diciamocelo, è ben lontano dal poterselo permettere.

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