TUTTE LE TRAPPOLE DI FLEABAG

Lo ammetto. Prima degli Emmy Awards della serie Fleabag non avevo neanche sentito parlare. Dopo, però, un’enorme curiosità (il fatto che una donna, Phoebe Woller-Bridge, avesse vinto contemporaneamente il premio per recitazione, sceneggiatura e regia per la categoria commedia) e la scoperta di avere un abbonamento mai usato ad Amazone Prime (le gioie della vita), mi hanno convinto a guardarla: tutta, due stagioni da 6 puntate, di circa 25 minuti l’una. Non sono un’esperta di tv, ma - per mestiere - mi interessa la narrazione: la struttura narrativa, gli espedienti, i temi, l’uso del linguaggio per rappresentare le emozioni e molto altro. Guardando la serie, mi sono appuntata una serie di riflessioni, domande, idee che vorrei condividere. Eccole.  

Si parte dai primi secondi. Nella prima scena, la protagonista, Fleabag, si rivolge immediatamente agli spettatori: “Avete presente quando…?”, introducendo quello che succederà di lì a poco. 

Così facendo apre un canale di commento, anticipazione, complicità con chi guarda, sdoppiando il ruolo della protagonista: lei che dialoga con noi mentre vive la sua vita (credibile), lei che vive la sua vita (altrettanto credibile). Fleabag è contemporaneamente dentro e fuori la scena, come d’altronde l’attrice che è anche sceneggiatrice e regista. Ma, a mio avviso, ingaggiare questo rapporto col pubblico, non è solo un espediente narrativo ma un impulso alla costruzione dei contenuti: offrendo a chi guarda se stessa come uno spettacolo, la protagonista tende a iper-agire, a fare e dire tutto quello che non dovrebbe fare e dire, in una sorta di esibizionismo a favore di spettatori, a discapito delle relazioni (reali, nella finzione) della sua vita. Sa di avere un pubblico, lo vuole stupire. Non vive la sua vita, recita la sua vita. Questo rende l’escalation di azioni buffe, crudeli, disastrose, insensate plausibili. “Non avrebbero fatto così se noi non ci fossimo stati noi”, si commenta, uscendo da casa di amici i cui figli ne hanno fatte di tutti i colori, proprio perché eravamo li. Ci si sente (almeno è successo a me) allo stesso modo con Fleabag. Ti viene da pensare: se non fossi qui a guardarti, e se tu non sapessi che ci sono, non faresti così. Lo spettatore è motore inconsapevole della scena? 

Nella seconda serie, succede qualcosa che va a incrinare questo schema narrativo: i commenti e l’interazione con gli spettatori vengono colti da uno dei personaggi, mentre tutti gli altri si erano dimostrati fino a quel momento totalmente ignari, come se non vedessero o sentissero nulla, come se i commenti fossero attimi sospesi della vita in corso.   

Invece il personaggio del prete sente e vede che Fleabag si rivolge a terzi, le chiede riscontri al riguardo: in quel momento si rompe l’esclusiva del dialogo tra lei e gli spettatori e ancora una volta l’espediente narrativo diventa contenuto. Ci si chiede: Fleabag aveva veramente un dialogo con noi o è solo strana, ha un disturbo psichico, soffre di uno sdoppiamento di personalità, ha un amico immaginario? È questo che la porta a iper-agire? Non è perché ci siamo noi che la guardiamo?    

Un po’ come se i bambini di cui sopra immaginassero solo di avere visitatori e facessero un baccano del diavolo a loro indirizzo, anche se non c’è nessuno (poveri genitori).  

In realtà noi spettatori ci siamo ancora, ma dal momento che qualcuno nella storia vede il “ disturbo” di Fleabag, lo riporta da fuori a dentro la scena, non è un attimo sospeso ma è nel flusso dell’azione, in questo modo è come se non parlasse più con noi, ma “recitasse di parlare con un pubblico immaginario” (come i bambini). Ci fosse una terza stagione, vorrei vedere gli sviluppi di questo elemento, apparentemente casuale, seconda stagione.  

Fin qui, quello che mi ha affascinato del gioco dei piani narrativi. Un brevissimo cenno ai temi. C’è molto sesso (gli viene attribuito la capacità di rimuovere “la noia” di vivere e forse anche il dolore), c’è sarcasmo corrosivo per alcuni “idoli” del contemporaneo (le donne in affari, l’arte concettuale) ma il tema centrale è l’incapacità di gestire le emozioni: il lutto, le relazioni più intime, la famiglia, l’amicizia. Non esiste tenerezza, abbandono, scambio profondo (almeno con i vivi). I dialoghi tra sorelle, o tra padre e figlia, sono smozzicati, inceppati, perché appunto le emozioni rimangono inespresse, inaccessibili, rimosse nel tentativo di resistere, grazie al cinismo e al vitalismo sessuale, a uno spaventoso nulla.

 


Silvia Paoli
Giornalista e scrittrice