THE GAME IS OVER

17 aprile 2011: grazie alla diffusione sulla rete HBO, gli schermi televisivi si aprono su un territorio innevato e dei cavalieri che si addentrano in una grande foresta. Le loro uniformi nere si stagliano contro il manto candido che presto si macchia del loro sangue, vittime di creature terrificanti dai glaciali occhi azzurri.

Dopo la bellissima sigla iniziale, nel corso dei minuti scoprivamo della sospetta morte del Primo Cavaliere del Re, che chiede al suo fidato amico e protettore del Nord di prenderne il posto; di un suo figlio (illegittimo) che viene mandato in una confraternita di guerrieri per proteggere la sua terra dall’inverno che sta arrivando; del legittimo erede al Trono di Spade esiliato ad Est, che non esita a dare in sposa sua sorella ad un barbaro guerriero per poterne avere l’esercito, senza calcolare la grande forza di lei; infine, un primo colpo di scena in chiusura d’episodio ci faceva decidere di attendere il successivo per conoscere le sorti di un personaggio che aveva scoperto un segreto troppo grande.

Iniziava così, nove anni fa, la serie tv più importante e seguita dell’ultimo decennio che, nel corso dei suoi 73 episodi, ha macinato e distrutto i suoi stessi record, accumulato elogi dalla critica e dal pubblico e svariati premi, diventando un fenomeno televisivo senza precedenti.

Oggi, 19 maggio 2019, quel lungo percorso piastrellato di lunghe attese, teorie sempre più complesse (e assurde, ammettiamolo), crisi di pianto e urla liberatorie è giunto al termine e il sipario è calato per sempre sui nostri eroi di Westeros. Ancora affacciati su di un baratro di emozioni contrastanti, siamo qui a tirare le prime conclusioni e ricapitolare cosa ha funzionato alla grande e cosa, invece, ad un certo punto è sembrato andare storto in una serie che ha sfiorato il capolavoro a più riprese.

In quel primo episodio, dall’ormai iconico titolo “Winter is coming”, si stabilisce subito con inusitata chiarezza il tono che pervaderà tutta la serie: cupo, cinico, destabilizzante e con brevi sprazzi di luce.

Andando avanti con le stagioni, con la guida dello scrittore e creatore della saga George R. R. Martin, i due sceneggiatori principali della serie David Benioff e Daniel Weiss si addentrano nella psiche di personaggi mai banali che, in virtù delle loro complesse sfaccettature, si rendono capaci di svolte narrative imprevedibili e in più occasioni hanno saputo scioccare gli spettatori: evitando spoiler per chi non ha ancora potuto immergersi nella visione della serie, per gli altri si può fare un fugace riferimento al devastante cliffhanger che chiude la quinta stagione.

Oltre alla scrittura, sin dall’inizio lo show ha dalla sua ottimi comparti artistici e tecnici e il budget sempre maggiore a disposizione riesce a migliorare ulteriormente la qualità di scenografie, costumi, trucco, effetti sonori e visivi che raggiungono l’eccellenza da quando fanno la loro comparsa i tre draghi di Daenerys Targaryen. Menzione a parte è da attribuire alla perfetta colonna sonora di Ramin Djawadi, sempre in grado di sottolineare ogni momento saliente e di imprimerlo con forza ancora maggiore nella mente degli spettatori.

Tuttavia, con l’arrivo della quinta stagione il sodalizio tra l’ideatore dei romanzi e gli sceneggiatori (e la rete televisiva di conseguenza) inizia a mostrare segni di un cedimento che termina in una definitiva scissione. La divergenza fra la serie e i romanzi si fa molto più evidente e alcune linee narrative vengono bruscamente interrotte là dove nella saga letteraria sono ancora ben lungi dal concludersi.

Con la chiusura della stagione cessa anche l’esistenza di una precisa linea guida, in quanto Martin ancora ad oggi non ha terminato la stesura degli ultimi due volumi (l’ultimo risale ormai al 2012). Da questo momento Benioff e Weiss si ritrovano a dover sciogliere una fitta matassa in un punto cruciale delle vicende, consci del fatto che ogni loro decisione su un singolo personaggio o evento potrebbe generare un effetto domino su tutti gli altri.

Con l’inizio della sesta tornata di episodi, nonostante tutti i comparti rimangano su ottimi livelli, si ha la sensazione di un cambiamento in corso: tutto inizia a velocizzarsi, alcune situazioni si risolvono in maniera liquidatoria e il meccanismo di creazione di pathos e sgomento, fino ad ora così ben congegnato, sembra non imporsi con la stessa naturalezza del passato.

A cosa è dovuto ciò? La risposta la si trova nel lavoro di sceneggiatura, poiché ora è “l’evento chiave” ad essere diventato centrale e non il percorso per il suo raggiungimento. Proseguendo nell’inanellare con sempre maggior frenesia le tappe decisive del viaggio, i due screenwriters sembrano dimenticare di osservare nel profondo la psicologia dei loro personaggi, le motivazioni che dovrebbero guidarli e gli ostacoli che potrebbero (anzi, dovrebbero, come la serie stessa ha insegnato) incontrare. Al fine di rendere tutto più facilmente controllabile, assistiamo così ad una progressiva bi-dimensionalizzazione dei protagonisti, spesso sacrificati come semplici pedine in favore della ricerca dell’effetto sorpresa e della spettacolarizzazione delle situazioni. Tuttavia, questo atteggiamento in fase creativa porta a risultati più che mai alterni.

L’ultima stagione, in particolare, è emblematica vittima di una fretta a dir poco ingiustificata di chiudere il gioco, nonostante HBO si sia sempre dichiarata favorevole all’investimento per una stagione più lunga rispetto ai soli sei episodi che compongono l’epilogo. Ciò diventa imperdonabile soprattutto per l’ultimo episodio, in cui le emozioni di forte nostalgia per il commiato dei protagonisti e dei fan verso la serie avrebbero potuto sfiorare picchi così alti da essere difficilmente raggiungibili ma che, purtroppo, ci arrivano in modo annacquato, non permettendo al climax di compiersi a dovere e consegnarci un finale da antologia.

Rimane il rimpianto di momenti tanto attesi e sognati che non arriveranno mai, di pianti che avremmo voluto sfogare del tutto mentre sono rimasti solo dei nodi alla gola, di alcuni interrogativi che hanno trovato una risposta solo parziale o non l’hanno trovata affatto.

Nonostante questo, però, nel momento in cui la musica termina con i titoli di coda si ha comunque la sensazione della conclusione di qualcosa di grandioso, al di là degli evidenti difetti.

Il pensiero vola verso quanto ci mancheranno i protagonisti, verso tutti i minuti (o le ore) indimenticabili passati a temere per la loro incolumità e verso le fortissime emozioni che ci hanno accompagnati per nove lunghi anni e che saranno difficili da ritrovare in altre storie.

Non possiamo fare altro che attribuire enormi meriti ad uno show con cui i prodotti a venire dovranno necessariamente fare i conti.

Come direbbero alcuni dei nostri personaggi: “and now our watch has ended”.



Giuseppe De Santis
Allievo Corso di Regia