TERRENCE MALICK E LA PERCETTIVITA' INTELLETTUALE

C’è sempre stato un fattore fondamentale nel cinema di Terrence Malick: il ritorno alla Natura. Quella Natura che, come descrive la soave voce di Jessica Chastain in The Tree of Life, “mira solo a compiacere sé stessa”. È indifferente ai destini degli uomini, non li aiuta e non li osteggia, ma tutti ambiscono a tornare a lei o, per lo meno, ci si ritrovano reimmersi: come i due protagonisti de La Rabbia Giovane volano in cielo verso il loro destino, l’anima del soldato Witt si ricongiunge in un tuffo al suo paradiso dalle sembianze tropicali nel finale di La Sottile Linea Rossa e, guardando all’ultima fatica (anti?)narrativa, i due amanti Ryan Gosling e Rooney Mara lasciano le luci della ribalta per vivere di fatiche e tramonti incantati di campagna in Song to Song.

La resa di questo fattore diegetico, tuttavia, non avrebbe lo stesso impatto se non fosse sorretta dallo sguardo unico del suo creatore, regista ormai di culto ed ispiratore di molti esponenti delle nuove generazioni di registi, basti vedere alcune soluzioni adottate da Alejandro G. Inarritu, Alfonso Cuaron o, per arrivare in territorio nostrano, da Valerio Mieli nel suo ultimo Ricordi?.

Malick è sempre stato più abile con la macchina presa che non con la penna, lasciando alle voci narranti ed ai monologhi solo il disvelamento di misteri che le immagini nascondevano troppo in profondità, creando un ibrido in grado di essere, al contempo, puramente percettivo, primigenio ed ancestrale e, dall’altro lato, estremamente razionale ed intellettuale.

Per avere un’idea chiara di questo binomio su carta apparentemente slegato, basta analizzare con la dovuta attenzione la lunga sequenza di The Tree of Life che inizia con la creazione del Mondo e giunge fino alla nascita del primogenito dei due protagonisti. Nel mezzo vediamo nebulose, oceani, esseri anfibi, dinosauri, il Paradiso Terrestre dalla cui porta subacquea i bambini traslano verso il nostro Mondo, delle mani sicure che tengono con meraviglia il piedino del neonato. Nessuna parola, solo la potenza di immagini di abbacinante bellezza che si susseguono senza sosta, che avvolgono lo spettatore e gli restituiscono la loro pura essenza percettiva ma che contengono, in realtà, un sottotesto ben più filosofico: il Macrocosmo e il Microcosmo si compenetrano, dal grande Tutto nasce un universo minuscolo ma altrettanto infinito che contiene in sé la Vita, una vita consegnata a due universi più grandi che se ne prenderanno cura finchè non sarà adulto e non vorrà scappare dalla sua prigione fatta di grattacieli per cercare sé stesso su un deserto e su una spiaggia in cui il suo defunto fratello e i suoi genitori sono ancora come lui li ha vissuti da bambino.

La regia di Malick costruisce continuamente scenari all’apparenza naturali, eppure ampiamente ricercati ed arditi nelle loro angolazioni e distorsioni ottiche, spesso ottenute grazie all’uso quasi totalitario del grandangolo. Le inquadrature statiche all’interno della sua filmografia potrebbero costituire un elenco tutto sommato piuttosto breve. Il continuo movimento di macchina diventa parte integrante della ricerca, se non della vita stessa dei protagonisti del film e dei suoi fruitori. Gli sguardi dei personaggi danno il La per l’inseguimento a ciò che essi vedono e, spesso, desiderano. Essi vagano e noi con loro, come se fossimo il Soldato Witt che cammina per la capanna in opposizione al Maggiore Walsh, così fermo ed impassibile nell’affermare di sentirsi solo “solo in mezzo alla gente”, o lo spirito di Pochaontas che può finalmente correre e danzare di nuovo nella trasposizione ultraterrena delle terre dov’è nata, il suo New World.

Sempre nella sua “seconda fase” artistica, quella che va dal 2011 ad oggi, la regia diviene l’unico punto fermo della produzione, poiché il texano rinuncia addirittura alla stesura della sceneggiatura dei suoi lavori, optando per dei semplici canovacci che diano un’idea della trama e optando per la ricerca nel mondo reale delle soluzioni visive che, nelle sue due ore di riflessione mattutina, si affacciano nella sua mente e gli fanno decidere anche le (poche) linee di dialogo e monologo da far recitare agli attori. Tutta questa ricerca istintiva giunge poi ad un lavoro di montaggio che richiede sempre molti mesi e molte rinunce a sequenze che potrebbero essere altrettanto strabilianti quanto quelle mostrate nei prodotti finiti.

Il rischio, ovviamente, è quello di perdere la parte razionale del discorso filmico e ideologico di base e, difatti, alcuni critici hanno valutato negativamente questo squilibrio tra il Malick-regista e il Malick-sceneggiatore che invece, nel periodo tra il 1973 e il 2011, erano state due facce universalmente riconosciute come un’entità inossidabile.

Bisognerà attendere l’uscita a fine anno del suo nuovo A Hidden Life, presentato con buoni consensi di critica e pubblico all’ultimo Festival di Cannes, per verificare se l’ambito ritorno alla narratività “classica” avrà dato i suoi frutti e se, come fatto tante volte prima di lui, potremo seguire anche il protagonista di questa nuova opera mentre ritrova la sua Natura e ritrovare quella “percettività intellettuale” che ha reso così unico lo sguardo di Terrence Malick.


Giuseppe De Santis

Allievo di Regia