QUANDO LA SCENEGGIATURA È AL SERVIZIO DEL MONTAGGIO

Chiunque pensi che scrivere una sceneggiatura voglia dire lasciar correre a briglie sciolte la propria fantasia, forse è meglio che si dedichi a battere a macchina un romanzo. Chiunque sviluppi un amore materno verso le proprie idee creative, non avrebbe mai il cuore di consegnare le sue pagine a registi, attori o produttori. Chiunque riesca a farlo, dovrebbe sapere che è come affidare il proprio figlio a un totale sconosciuto con le caramelle e un furgoncino nero dai vetri oscurati: quando tornerà indietro, non sarà più come prima.

Il cinema è lavoro di squadra. Nella realizzazione di un film, ogni comparto produttivo deve essere un sistema aperto e comunicante con tutti gli altri, e tale collaborazione è tanto più difficile quanto più due comparti sono distanti fra loro, sia nello spazio delle competenze sia nel tempo della loro applicazione. Stiamo parlando dei macrouniversi della preproduzione e della postproduzione e, in particolare, della sceneggiatura e del montaggio.

Uno sceneggiatore deve controllare il proprio mezzo espressivo anche in previsione del ritmo che verrà adottato dal montaggio – un tipo di lungimiranza avvicinabile a quella di un aruspice che scruta le viscere di un ovino per indovinare il futuro. Un montatore deve restituire la chiarezza della carta nella complessità dell’organizzazione visiva e deve riconoscere i punti di forza di uno script per saperli esaltare: pena la noia, l’inefficacia e, soprattutto, l’incomprensibilità di una scena, come di tutto il film.

Uno dei più recenti esempi di workflow ottimale fra sceneneggiatore e montatore è da segnalare in Brexit: the uncivil war. Film per la televisione prodotto da HBO e interpretato da un Benedict Cumberbatch in splendida forma, è stato distribuito su canali unicamente inglesi e statunitensi nel gennaio di quest’anno e ancora non si intravede una luce di diffusione anche in Italia, nonostante la Brexit sia oggi un tema caldo in tutta Europa.

I fatti narrati espongono gli sviluppi della campagna del Leave, concentrandosi soprattutto sulla figura di Dominic Cummings. Chi è Dominic Cummings? È il genio del caos e l’uomo nell’ombra. È colui che ha fondato la campagna del Leave e l’ha condotta alla vittoria, a costo di ricorrere a strategie elettorali poco ortodosse e di essere perciò coinvolto in un processo che dura tuttora.

Brexit: the uncivil war di Toby Haynes è una sorta di fratello minore di Vice di Adam McKay: minore per l’entità delle situazioni trattate, ma non per le ambizioni di intrattenimento. La scrittura è elaborata, brillante e spigliata: attraverso lines sintetiche e incisive ogni scena si struttura come un duello all’ultimo sangue, senza lasciare tregua a una tensione sempre più pressante con l’approssimarsi del finale – nonostante tutti noi sappiamo com’è andata quella notte del 23 giugno 2016. Questa scarica di emozioni non sarebbe stata minimamente raggiungibile senza un montaggio orchestrato a opera d’arte.

Incalzante, serrata e claustrofobica è la sequenza iniziale del film, che incastra come tessere di un puzzle quattro diversi piani narrativi inconciliabili su carta: un colloquio con due organizzatori della campagna del Leave alla ricerca di un leader; un interrogatorio di una commissione d’inchiesta ambientato nel 2020; un secondo colloquio post Brexit con due rappresentanti di una multinazionale; un monologo di Dominic Cummings su un actual noise proveniente dal popolo inglese, che solo il protagonista sarebbe in grado di percepire. Una sequenza che alla velocità della luce catapulta lo spettatore nella corsa al referendum, e che da sola basta a incollare la sua attenzione per la successiva ora e mezza.

È così che il racconto di un evento politico, limitato a una piccola parte di mondo e guidato da un individuo pressoché sconosciuto, può diventare un dramma tanto coinvolgente da sconfinare nel genere del film d’azione e di spionaggio. La sceneggiatura ha operato scelte estremamente elaborate e selezionate, mentre il montaggio ha esplorato infinite possibilità per dar vita alla storia e ne ha spinto il ritmo al limite: il risultato è un organismo palpitante e pensante, come se ne vedono pochi in sala e ancora meno sullo schermo di una tv.  

Fintanto che la catena produttiva di un film punta a livelli tanto alti, ecco un consiglio per gli sceneggiatori: fidatevi dello sconosciuto che offre le caramelle. Anzi, dategli il vostro bambino direttamente in adozione.


Claudia Pompa
Resp. Corsi di Sceneggiatura