LA LUNGA NOTTE INSONNE

Attenzione: contiene importanti spoiler.

 

Game of Thrones ha sempre avuto un grande pregio: quello di riuscire tenere svegli la notte milioni di fan in ogni parte del mondo e di farli andare a dormire a fine episodio con mille pensieri, teorie, congetture sul prosieguo delle vicende.

Quest’ultima manciata di episodi, tuttavia, ha generato molta contrapposizione tra sostenitori accaniti e nuovi detrattori delle scelte di trama, definitivamente venuta alla luce con il giro di boa della stagione, quello che tutti hanno aspettato per i 70 episodi precedenti e che era stato annunciato come “la battaglia più epica e spettacolare di tutta la storia della TV”.

Cerchiamo quindi di analizzare quanto andato in onda, illuminando pregi e difetti di un episodio che farà discutere a lungo.

La regia dello scontro più importante, quello tra i vivi e i morti dettato dalla sola volontà di sopravvivenza, è affidata ancora una volta a Miguel Sapochnik, già autore fra gli altri del bellissimo (e fondamentale) episodio “La Battaglia dei Bastardi”. Qui più che mai il regista deve fare i conti con una mole enorme di situazioni che prevedono soldati, morti viventi, draghi, il tutto in un contesto notturno a cui va ad aggiungersi una gelida bufera.

Ecco uno dei principali pregi dell’episodio: il suo livello percettivo, ovvero quell’insieme di sensazioni primigenie dettate da elementi visivi e sonori che non sono immediatamente  “codificati” in modo razionale dallo spettatore. Nonostante le lamentele per una fotografia ritenuta troppo scura, una volta trovata la giusta impostazione per la fruizione il senso di terrore e famelica inarrestabilità dell’esercito dei white walkers si disvela davanti ai nostri occhi e si insinua fin sotto pelle, coadiuvato da un montaggio frenetico, ottimi effetti sonori ed una grande colonna sonora di Ramin Djawadi.

Sapochnik regala alcune inquadrature di grande impatto visivo ed emotivo, andando a pescare dai grandi autori che si sono distinti in contesti simili: se la cavalcata iniziale dei Dothraki o le violente scariche di fuoco dei draghi stagliati contro la bufera incombente rimandano a quanto fatto da Peter Jackson nella sua Trilogia dell’Anello, i combattimenti in mezzo alla foschia all’interno del castello possono essere invece assimilabili a certe soluzioni utilizzate da Martin Scorsese nel finale di Gangs of New York, in cui la polvere da sparo dei cannoni si mischia a quella degli edifici che crollano generando una fitta coltre bianca.

I problemi maggiori si riscontrano nel momento in cui l’adrenalina dello spettatore si distende dopo la visione e ci si accorge che l’estro del regista viene messo al servizio di una sceneggiatura tutt’altro che solida. È qui che, a mio parere, la grande battaglia viene persa.

Nella foga di una spettacolarizzazione portata all’estremo, che vuole mostrare velocemente gli eventi salienti sacrificando così alcuni raccordi logici sulle dinamiche della battaglia e sugli spostamenti dei personaggi, viene messa da parte una componente da sempre fondamentale di questo show: il senso di assoluta incertezza in cui versa il destino dei protagonisti.

Invece ne La Lunga Notte essi non sembrano essere mai davvero a rischio e riescono a scampare a situazioni che, nelle prime stagioni, avrebbero significato la loro sicura dipartita: indicativo può essere l’esempio di Brienne di Tarth che, letteralmente sommersa da un’orda di non morti, riesce ad uscirne incredibilmente illesa.

Inoltre, proprio i personaggi che dovrebbero essere decisivi rimangono relegati a scelte di minore importanza, se non addirittura ad un’immobilità che stona prepotentemente con le premesse gettate sin dai primi episodi: su tutti, il tanto agognato scontro fra Jon Snow e il Re della Notte non ha luogo e anzi, proprio quest’ultimo non ha nemmeno il tempo di mostrare le sue doti in battaglia, poiché nel corso dell’episodio non tira mai fuori la spada e finisce poi assalito da Arya Stark che, arrivando dal nulla dietro le sue spalle, riesce a trafiggerlo con il pugnale datole da Bran, ponendo la parola fine sull’armata dei morti che fino a quel momento era parsa imbattibile.

Probabilmente è proprio la velocità il maggior limite degli ultimi episodi di Game of Thrones. La serie si è sempre presa tempo per definire profondamente personaggi sfaccettati, mai limpidi nelle loro intime contraddizioni, nei loro repentini cambi di rotta e anche nella loro stessa caducità, ma ora, in dirittura di arrivo, ha virato verso una loro riduzione bidimensionale, più superficiale e di archetipica allo scopo di far emergere un’epica risoluzione degli eventi. Tuttavia, guardando agli snodi fondamentali intercorsi dalla settima stagione e proseguendo anche nell’ottava, appare chiaro che quest’unica componente da sola non può bastare, soprattutto se supportata da un impianto narrativo non all’altezza delle aspettative che la serie stessa ha creato nel corso degli anni.

Evidentemente la mancanza della linea guida dello scrittore George Martin, che ancora non ha ultimato la stesura degli ultimi due volumi della sua saga e che è assente in fase di contributo alla serie già dal finire della quinta stagione, ha tolto un’importante bussola ai due sceneggiatori Benioff e Weiss, ritrovatisi con l’arduo compito di sciogliere una matassa fin troppo fitta di personaggi e situazioni e di dover compiere scelte radicali senza avere l’onniscenza del mondo creato dallo scrittore. Non resta che attendere la conclusione per poter tirare le somme di una serie che ha già fatto la storia della tv e che farà parlare di sé per molto tempo. Chi siederà sul trono di spade?

Giuseppe De Santis
Allievo Corso di Regia