C'ERA DA ASPETTARSELO DA TARANTINO

“Che puttanata!” ha esclamato il ragazzo di fianco a me al termine di Once upon a time in... Hollywood. Alle mie spalle, qualche borbottio insoddisfatto da cui si intuiva chiaramente un lapidario “no”. Gran parte del pubblico si alza e se ne va immediatamente, non si blocca neanche alla scena all’inizio dei titoli di coda. Ed ero a un’anteprima stampa: non si trattava esattamente di spettatori totalmente profani del mondo del cinema.

È indubbio che il nono film di Tarantino sia stato estremamente divisivo: all’interno di una sola sala, la gamma emozionale andava dall’entusiasmo sfrenato alla perplessità generale, fino al totale rifiuto. E anche lo zoccolo duro dei fan più affezionati si è rivelato più molle del previsto, dando spazio a un’inaspettata delusione nei confronti del loro sceneggiatore e regista preferito.

Era da tanto che Tarantino non prendeva alla sprovvista un pubblico di norma osannante. Precisamente da Grindhouse – Death Proof, che teoricamente non rientrerebbe neanche nel computo ufficiale dei film di Tarantino. La principale differenza con l’oggi, sta nel fatto che Grindhouse – Death Proof non era stato ammantato da un’aura di hype fomentata da oltre un anno: innanzitutto, in virtù della propria natura di B-movie non aveva ricevuto un’esposizione degna di tutti i crismi della distribuzione hollywoodiana; in secondo luogo, arrivava sì dopo una serie di produzioni luminose, ma prima del successo di massa della combo Inglourious Basterds-Django; infine, non costituiva il nono e, soprattutto, penultimo film di Quentin Tarantino.

A questo giro gran parte del pubblico si è quasi sentita tradita e in alcuni casi ha additato Once upon a time in... Hollywood quale film meno tarantiniano in assoluto. Il punto non sta tanto nel domandarsi se gli spettatori abbiano ragione o meno, quanto chiedersi se fosse invece possibile prevedere un film del genere, considerate le passate produzioni. Insomma, c’era da aspettarsi da Tarantino un film senza trama? Perché questa pare la sua principale colpa.

All’inizio della sua carriera, Tarantino è riuscito a sfondare il muro della visibilità internazionale grazie a un’acuta analisi critica sul presente e alla sua originale trasposizione cinematografica. È quel che si dice saper cogliere lo Zeitgeist, lo spirito del tempo. Se si prendono in considerazione i dati sulla criminalità nelle città statunitensi, salterà subito all’occhio il picco di omicidi e sparatorie raggiunto negli anni Novanta: in particolare, il 1990 costituisce il record ancora imbattuto con 2245 persone assassinate nella sola New York.

Non a caso, i film anni Novanta di Quentin Tarantino sono ambientati in contesti cittadini e respirano un’aria contemporanea: da Le Iene a Pulp Fiction, dall’esilarante episodio di Four Rooms a Jackie Brown, tutti sono animati da una violenza più o meno esplicita e da una criminalità essenzialmente protagonista.

Ma cosa succede negli anni Duemila? Impariamo a essere tutti più noiosamente civili. Tanto rispettosi del prossimo e della legge che nel 2017 la città di New York può vantare un totale di soli 285 omicidi. I primi Duemila in particolare sono gli anni di Rudolph Giuliani e politici affini, che adottano il pugno di ferro su qualsiasi questione di sangue e di droga.

Tarantino capisce che il vento sta cambiando direzione, e così anche il genere di storia proposta va incontro a sperimentazioni nuove: Kill Bill Volume 1 e 2 porta in scena una violenza non più propriamente americana, con armi da fuoco e cazzottoni, ma un duello di katane giapponesi ed esplosioni del cuore con cinque colpi delle dita.

Oltre a innovare nello spazio l’ambientazione, dopo il fuori-dal-coro Grindhouse – Death Proof Tarantino cala i propri racconti in tempi diversi: tempi che possano giustificare l’uso della violenza, tempi da riscoprire attraverso un’interpretazione propriamente tarantiniana. Ecco dunque un film di guerra (Inglourious Basterds) e due western (Django e The hateful eight).

Quanto a contesto dunque, Once upon a time in... Hollywood non sorprende: la strage perpetrata dai seguaci di Charles Manson recide la vita della Tate e dei suoi amici, mentre mette la parola fine alla bella favola della Hollywood classica, ottimista e dai buoni sentimenti. La New Hollywood già da un paio d’anni sta insidiando il vecchio modo di fare cinema, e l’assassinio della Tate scuote tanto i sentimenti delle masse che il pubblico viene sbalzato giù dalla paradisiaca Cielo Drive per tornare con i piedi per terra e pretendere film all’altezza della vita reale.

Quanto a trama, invece? Se ne facciano una ragione i fan dell’alta densità di azione: Tarantino non è mai stato un purista della struttura narrativa. Pulp Fiction e il già più volte menzionato Death Proof ne sono la prova, e così anche The hateful eight: in quest’ultimo soprattutto è chiaro come lo sceneggiatore abbia preferito una trama lasca, un ritmo allentato e tante, tante digressioni. Once upon a time in... Hollywood altro non è che una conseguenza più estrema di questa scelta artistica.

Allora questo nono film era prevedibile? Non del tutto. Perché l’Autore Tarantino, nel suo sperimentare, ha deciso di superare anche uno dei suoi tratti più distintivi e apprezzati: la logorrea. Ci sono tante digressioni, ma non soffrono più di horror vacui come prima. Probabilmente è questo il fattore che ha dato una percezione di lentezza in buona parte del pubblico: assistere a una scena che non portava necessariamente avanti la storia, senza neanche il piacere di ascoltare un dialogo sul massaggio ai piedi o un monologo su Punto Zero o lo stufato di Minnie.

Rimane solo da fare pronostici su quello che sarà il decimo e ultimo film. Considerate tutte le premesse, in futuro assisteremo a un finale di carriera che ritorni alle origini o che le ribalti del tutto? Avremo un film tarantiniano o il meno tarantiniano – in assoluto e definitivamente? A nome della NAC, scommetto su un Tarantino totalmente irriconoscibile – e non vedo l’ora di assistere allo spettacolo.


Claudia Pompa
Resp. Corsi di Sceneggiatura