A PROPOSITO DI RUGHE: THE MULE

Sono passati più di 50 anni da quando Sergio Leone parlò in questi termini del Clint Eastwood attore: “ Tre espressioni: una col sigaro, una col cappello, una senza cappello”.

Oggi a quasi 90 anni sembra un paradosso definire Clint Eastwood, produttore di tutti i suoi film da regista con la Malpaso, un autore contemporaneo e ancor più attualissimo. Con The Mule, scritto insieme a Nick Schenk (sceneggiatore di Gran Torino) Eastwood torna a dirigere sé stesso 10 anni dopo quello che doveva essere il suo testamento e la sua morte simbolica come attore proprio in Gran Torino.

Il corriere prende vita da un articolo pubblicato dal New York Times che racconta le gesta di Leo Sharp, ottantasettenne orticoltore arrestato nel 2011 perché identificato come il corriere del cartello della droga di Sinaloa.

Leo Sharp nel film diventa Earl Stone, veterano della Guerra di Corea e appassionato coltivatore di gigli, che portano il nostro protagonista a girare tutta l’America per far ammirare i suoi preziosi bulbi nelle fiere di paese.

Col tempo la sua attività và in crisi. Rimasto soltanto col suo vecchio pick-up decide quasi per caso di accettare l’offerta di un giovane messicano e diventare a sua insaputa (almeno all’inizio) il corriere di un cartello della droga.

Earl, anello di congiunzione tra il Kowalski di Gran Torino e il Frank Dunn di Million Dollar Baby, porta a compimento tutti i temi cari all’Eastwood autore.

Tre storie toccanti di uomini duri, soli, padri mancati e reduci di guerra che si muovono nell’America rurale o in un quartiere operaio di una Detroit in profonda crisi.

Uno stile registico asciutto, privo di ogni spettacolarizzazione ed effetti speciali, con un riferimento costante alle radici del cinema classico (e ai generi classici per antonomasia, su tutti il western) per affrontare temi universali della storia e della politica statunitense sempre più coraggiosi come l’eutanasia, un discorso critico sulla famiglia e il rapporto con Dio e la religione in Million Dollar Baby e Gran Torino e poi la questione della società multietnica e la crisi industriale in tutte e 3 le pellicole.

Fondamentale in questo discorso la sua recitazione sempre minimalista e ancor di più il suo corpo invecchiato e vulnerabile: ogni singola ruga che solca il suo viso racconta più di mille parole tutti i sentimenti che agitano i suoi personaggi. In maniera ancor più marcata in The Mule Eastwood non nasconde i suoi 88 anni, anzi sembra quasi soffermarsi con la macchina da presa sulla fragilità del suo corpo per raccontarci in maniera consapevole e con grande tenerezza il passare del tempo che non torna più.

In questi tre antieroi molto “americani” e ai margini della società, ritroviamo (come summa del suo cinema) il giustiziere Callaghan dei primi anni ’70 e l’ex pistolero Will Munny de Gli Spietati, film vincitore dell’Oscar nel 1992, con però (e questa è la grande svolta del cinema di Eastwood come “autore” degli ultimi anni) un’evoluzione positiva dei personaggi che porta alla loro redenzione.

Pregevoli in tal senso le sequenze del sacrificio di Kowalski nella meravigliosa scena finale di Gran Torino e il movimento della macchina da presa che si sofferma sullo sguardo di Earl (in carcere) commosso nel poter curare ancora una volta i suoi amati gigli nel toccante finale di The Mule. Da vedere!

Un ultima curiosità (a proposito di rughe e vecchiaia al cinema): tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019 insieme a The Mule sono usciti The old man and the gun di David Lowery, con protagonista l’ultraottantenne e icona del cinema classico Robert Redford, e Lucky di John Carroll Lynch, un omaggio al grande attore caratterista novantenne Harry Dean Stanton, con un piccolo ma grandioso ruolo del suo grande amico David Lynch.

Tre film molto autobiografici, tre personaggi indimenticabili, tre storie che celebrano con un profondo amore per la vita le carriere di oltre mezzo secolo di Cinema di questi tre attori straordinari!

 

Alessandro Basile